di Chiara Gallo ed Emanuele Davide Ruffino
A chiedersi se questa sanità, tra inverni demografici, crisi finanziaria e rischi di piani di rientro, potrà essere mantenuta e sviluppata nel prossimo futuro è una domanda cui non si può sfuggire. Il concetto di sostenibilità, individuato con chiarezza nel rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987, prevedeva che lo sviluppo sostenibile sia tale se consente la soddisfazione dei bisogni economici, ambientali e sociali (triple bottom line) delle attuali generazioni, senza compromettere quello delle generazioni future. Il concetto sociale può essere traslato in ambito sanitario, individuando più visioni su cui operare: economico, finanziarie e la capacità di definire un’organizzazione per produrre salute a favore di alcuni, senza compromettere la possibilità di altri in una visione che salvaguardi le risorse e le tradizioni culturali in un’ottica sociale,
Alle soglie dell’inizio millennio il Consiglio Europeo di Lisbona, emanava un appello al senso di responsabilità delle imprese verso il settore sociale, ripreso nel 2001 con un Green Paper, in cui si definiva la responsabilità sociale d’impresa come l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate. I diritti civili portati avanti dai movimenti e la consapevolezza, che ciascun individuo detenga in maniera assoluta delle prerogative che la società deve garantire, ha permesso passi da gigante per l’umanità verso una migliore convivenza: oggi però si mette in dubbio la capacità di mantenere questi equilibri nel tempo.
Le pretese crescono (la volontà di realizzare una “salute infinita” appartiene a ciascuno di noi, e ciò accresce la crucialità del settore), senza identificare chi e con quali risorse possano essere soddisfatte: ufficializzare che un’azienda erogatrice di un servizio pubblico, come la sanità, chiude un esercizio in disavanzo o che si parli di piani di rientro non interessa quai a nessun, né agli utenti né al personale professionale impiegato nel settore. La fiducia in una costante e generalizzata applicazione del welfare trova impedimenti e richieste di rivisitazione, causa le ristrettezze finanziarie: quando vi sono tante risorse, intese non solo come umane e materiali, ma anche in termini di tempo e competenze, si riesce a meglio supportare la crescita dei servizi; al contrario è più complesso quando, come sta succedendo anche in Piemonte, le risorse scarseggiano (o più esattamente crescono meno di quello che le dinamiche demografiche richiederebbero), obbligando a scelte di carattere emergenziale (si pensi, ad esempio, ai medici gettonisti, ampiamente utilizzati nel recente passato). Per definizione le risorse sono scarse, ed il loro utilizzo impedisce soluzioni alternative, mettendo in evidenza l’impossibilità di poter riversare i propri deficit su altri (il 17% della popolazione che sostiene il gettito fiscale è sempre meno disposta a farsi carico di nuovi costi). Questo fa sì che ogni comunità, ed il sistema federale italiano pone il problema a livello di singola regione, deve prendere coscienza delle proprie possibilità e definire di conseguenza i propri bisogni primari, gerarchizzando gli interventi, anche se questo procedimento è stato reso più difficile a causa dell’imposizione di modelli consumistici, più volte segnalati dall’OMS (anzi i sovradosaggi di farmaci, risultano pure dannosi).
Ogni singola collettività è chiamata ad individuare un ordine d’importanza nel predisporre gli interventi pubblici, fenomeno che, se non governato, potrebbe incrinare l’equilibrio del sistema. Il predisporre un processo decisionale pubblico e trasparente è tipico dei sistemi democratici, e presenta vantaggi riconducibili alla presa di coscienza di decisioni condivise, ma anche un dibattito che può essere dominato da pochi manipolatori e dal sensazionalismo dell’immediato.
Per gestire la sanità è necessario, definire un insieme coordinato di regole condivise dal gruppo stesso estendendo eventuali programmi sanitari per garantire un minimo di copertura a tutti gli individui, evitando un sensazionalismo dell’immediato, che porta sistematici conflitti irrisolutivi. La consapevolezza individuale dei diritti ha generato una visione troppo personalizzata del concetto di guisto; infatti, tutti rivendicano le proprie istanze anche con azioni violente (e l’esempio dell’anestesista del 118 che si è visto puntare una pistola alla tempia, successo a Torino, ne è un esempio), ma ognuno le persegue in modi diversi, rispetto alla collettività, generando così il rischio di incomprensioni. In sanità, le istanze sono variegate ed obbligano ad una risoluzione in loco che consideri tutte le variabili e dove l’applicazione delle norme, richiedano una compliance informante tutta la società. Soprattutto in ambito sanitario è necessario raggiungere un connubio tra l’impianto giuridico-amministrativo e le esigenze economico-organizzative, perché più forti sono le istanze da governare (ed in sanità sono pressoché infinite) maggiori devono essere le possibilità di sperimentare soluzioni.
Il settore sanitario presenta un sistematico sottofinanziamento e ciò obbliga a prendere in considerazione la fine di una finanza che vedeva, nell’allargarsi dello sforamento dei tetti delle finanze pubbliche, la risoluzione dei problemi, come era già successo per il superamento della crisi del ’29. Per essere sostenibili, i sistemi sanitari, oltre ad assorbire risorse compatibili con le possibilità economiche devono realizzare un clima di fiducia fra gli operatori che ne garantiscono il funzionamento e tra i cittadini che ne sostengono i costi e fruiscono dei servizi. In futuro i sistemi sanitari dovranno essere in grado di governare i rischi degli atteggiamenti consumistici, stimolati dagli interessi economici dell’industria sanitaria nel suo complesso e da una predisposizione culturale che induce a ritenere, che il ricorso ai servizi sanitari sia sempre associato ai benefici. Le ansie e le pressioni dei pazienti, associate al rischio d’incorrere in contenziosi medico-legali, se non vengono soddisfatte, sollecitano il sistema ad attuare pratiche di medicina difensiva e professionalità compartecipata erogando quindi, prestazioni di dubbia utilità. In un’ottica pseudo-keynesiana si potrebbe pensare di curare anche i pazienti che non necessitano di cure, per poi dimostrarne l’inefficacia, ma di certo in questo modo non si migliora la razionalità del sistema.
La sanità rappresenta uno degli ambiti dove l’evoluzione scientifica è chiamata a confrontarsi con le realtà e le problematiche locali. In occidente a causa dell’incapacità di concentrarsi su obiettivi comuni, schiacciati da egoismi individuali, collettivi e illusioni dogmatiche, si rischia di compromettere la potenzialità delle cure sanitarie già raggiunte.
La consapevolezza della limitatezza delle risorse disponibili, obbliga a ripensare nuovi paradigmi basati su una sostenibilità umanistica per ricercare soluzioni fattibili, ma avendo come riferimento, la persona con le sue esigenze e i suoi bisogni. All’irrompere di una crisi (e la nostra realtà ne ripropone con una certa costanza) risulta evidente come, una volta raggiunto un determinato livello di servizi sanitari, si avverte la preoccupazione di non riuscire a mantenerli, da qui si capisce l’importanza di accentuare l’attenzione sulla “sostenibilità” delle soluzioni prospettate, partendo dagli studi, volti ad individuare i fattori che hanno contribuito al benessere e come questi possano ancora interagire in un contesto aderente alla realtà, superando il distacco tra identificazione dei bisogni e la sua capacità di soddisfarli.