di Noemi Siviero ed Emanuele DavideRuffino
In Italia si parla di sugar tax da anni, ma al supermercato nessuno sembra essersene accorto davvero. Davanti allo scaffale delle bibite il prezzo della lattina è più o meno lo stesso di sempre, mentre la tassa continua a vivere soprattutto nei documenti di bilancio, nei comunicati istituzionali e nei tavoli di confronto tra politica, industria e sanità.
Negli ultimi anni la sugar tax è diventata una presenza costante nel dibattito pubblico italiano, pur restando — paradossalmente — quasi assente dalla vita quotidiana dei consumatori. È una misura di cui si discute molto, ma che per ora non ha ancora cambiato il contenuto dei carrelli della spesa.
Perché, allora, questa tassa fatica a diventare realtà? È davvero così complicato introdurla o c’è altro che frena il suo percorso?
È una tassa che esiste sulla carta — e spesso nei titoli dei giornali — ma che nella pratica viene rimandata di anno in anno. Una delle imposte più discusse e meno applicate.
Una tassa in continua incubazione
L’idea che la ispira, però, è tutt’altro che nuova o controversa. La sugar tax è una tassa sulle bevande con zuccheri aggiunti, pensata per ridurne il consumo e per compensare — almeno in parte — i costi sanitari legati a obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.
In termini economici, si tratta di una classica imposta pigouviana: quando il consumo di un bene genera costi che ricadono sull’intera collettività, lo Stato interviene per correggere la distorsione attraverso il prezzo. In altre parole, l’obiettivo è far sì che il costo di una bibita zuccherata rifletta non solo il suo valore di mercato, ma anche le conseguenze che produce nel tempo sulla salute pubblica.
In Italia la sugar tax è stata introdotta formalmente con la Legge di Bilancio 2020. Il meccanismo previsto è relativamente semplice: un’imposta per litro sulle bevande zuccherate e una tassa specifica sugli sciroppi e sui concentrati da diluire.
Da allora, però, la sua applicazione è stata rinviata più volte. Prima la pandemia, poi le preoccupazioni per i consumi e per l’occupazione, infine il contesto inflazionistico hanno suggerito prudenza. L’ultimo aggiornamento normativo ha spostato l’entrata in vigore al 1° gennaio 2027.
Ogni legge di bilancio sembra rimandarla un po’ più avanti, quasi come se non fosse mai davvero il momento giusto per introdurla. Così la sugar tax è diventata una delle misure fiscali più attese degli ultimi anni — e allo stesso tempo una delle meno visibili per i consumatori. Un’imposta che da subito non è piaciuta alle aziende che producono e vendono bevande analcoliche zuccherate, preoccupate per un possibile freno agli investimenti e un calo degli acquisti di materia prima. Questa misura, inoltre, fa coppia con la plastic tax, il balzello sui prodotti di plastica monouso, introdotta anch’essa dalla Legge di Bilancio del 2020 e ancora mai attuata, la cui entrata in vigore è stata anch’essa rinviata.
Questo continuo rinvio rende il caso italiano particolarmente interessante, soprattutto se confrontato con quanto avvenuto in altri Paesi. Nel Regno Unito, in Francia o in Messico imposte simili sono state introdotte già da tempo e hanno prodotto effetti osservabili: una riduzione dei consumi di bevande zuccherate, una riformulazione dei prodotti da parte delle aziende e la creazione di nuove entrate pubbliche da destinare a programmi di prevenzione e promozione della salute.
Nel caso del Messico, dove la tassa è stata introdotta nel 2014, diverse analisi indicano una riduzione dei consumi di bevande zuccherate tra il 7 e il 10 per cento nei primi anni successivi alla riforma. Nel Regno Unito, invece, la misura ha spinto molte aziende a ridurre il contenuto di zucchero delle bevande, tanto che alcune bibite sono cambiate più in laboratorio che sugli scaffali.
Non si tratta di rivoluzioni improvvise, ma di cambiamenti graduali che hanno inciso sia sulle abitudini dei consumatori sia sull’offerta delle imprese.
Il consumo di zuccheri resta comunque elevato. In Italia l’assunzione media è stimata intorno agli 83 grammi al giorno, contro i 50 grammi raccomandati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è opportuno limitare il consumo di zuccheri a una quota contenuta dell’apporto calorico giornaliero.
Anche dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che l’assunzione media resta superiore alle raccomandazioni nutrizionali, nonostante una crescente attenzione dei consumatori verso stili alimentari più equilibrati.
Un problema culturale
Il problema non si riduce a una semplice relazione causa-effetto: coinvolge aspetti più ampi della nostra società dei consumi. Se da un lato le evidenze sanitarie mostrano con chiarezza che il consumo eccessivo di zuccheri rappresenta un problema crescente, con costi rilevanti per il sistema sanitario nazionale, dall’altro non mancano le perplessità sugli effetti redistributivi della tassa e sulla sua efficacia se applicata in modo isolato.
Il dibattito è aperto anche per ragioni culturali. Non è semplice intervenire fiscalmente su abitudini alimentari in un Paese dove il cibo non è solo nutrizione, ma identità e tradizione.
Non a caso la cucina italiana è stata riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO, non tanto per un insieme di ricette specifiche, ma per un sistema di pratiche e saperi che valorizza ingredienti di qualità, stagionalità e convivialità.
Le evidenze sanitarie mostrano tuttavia in modo sempre più chiaro che il consumo eccessivo di zuccheri comporta costi rilevanti per il sistema sanitario. In questo quadro anche la leva fiscale, se utilizzata con attenzione, può diventare uno strumento di politica sanitaria.
Una tassazione limitata alle sole bevande zuccherate rischia però di essere percepita come una misura isolata. Alcuni osservatori suggeriscono che una revisione più ampia del sistema fiscale alimentare — che includa anche altri prodotti ad alto contenuto calorico — potrebbe risultare più coerente, soprattutto se accompagnata da politiche educative e da un utilizzo mirato delle entrate fiscali.
In questo senso la sugar tax non è solo una questione fiscale o sanitaria, ma anche un segnale culturale. I continui rinvii nell’introdurre la tassa riflettono una difficoltà più ampia: quella di affrontare il tema della prevenzione mantenendo un equilibrio tra libertà individuali e responsabilità collettive.
La sua introduzione, o il suo rinvio, mette in luce il ruolo delle istituzioni nell’orientare i comportamenti senza imporli in modo diretto. Una sfida non semplice, soprattutto quando riguarda abitudini quotidiane radicate nel tempo.
Nel frattempo qualcosa si muove comunque nel mercato. Anche senza una tassa effettivamente in vigore, il solo dibattito sulla sugar tax ha già spinto molte aziende a rivedere la composizione dei propri prodotti, riducendo gradualmente il contenuto di zuccheri o introducendo versioni alternative.
Il vero impatto potrebbe quindi non misurarsi immediatamente nei carrelli dei supermercati, ma nell’evoluzione graduale delle abitudini alimentari, nella riformulazione dei prodotti e nella costruzione di una cultura della prevenzione più consapevole.
Non è solo una tassa sulle bevande zuccherate: è un segnale che spinge aziende e società a riflettere su salute, consumi e responsabilità collettiva.
Nel frattempo, la sugar tax resta sospesa tra annunci e rinvii: abbastanza concreta da alimentare il dibattito pubblico, ma ancora troppo lontana per cambiare davvero il prezzo della lattina sotto casa. E forse proprio per questo continua a far discutere.