di Emanuele Davide Ruffino
La crucialità della sanità nelle nostre società è ormai acquisita da tutte le componenti ma a fronte delle aspettative che si vanno a concentrare in questo settore non risultano spesso sufficienti le analisi sul come rendere le speranze in azioni effettivamente perseguibili. Il concetto del verbo “sostenere” evoca l’idea di qualcosa che deve reggere nel tempo e che necessita di equilibrio per non crollare. Non si tratta di scovare un algoritmo miracoloso ma la necessità di un approccio multidisciplinare per comprenderne appieno la portata.
L’illusione di poter governare ogni cosa non produce spesso risultati concreti e rischia di degenerare nell’assolutismo culturale: l’attitudine ad affrontare i problemi connessi allo stato di benessere di una popolazione costituisce un fattore determinante per la credibilità e lo sviluppo di un modello sociale deve cioè seguire le dichiarazioni di principio che spesso si traducono in slogan usa e getta. Nella sua propensione a migliorarsi, una collettività organizzata è chiamata a porre in essere processi decisionali che, riflettendo le tendenze sociopolitiche dominanti, formalizzano una graduatoria delle alternative possibili e praticabili, in base al rapporto “risorse assorbite/benefici ottenuti”. Il ricercare soluzioni ad effetto o panacee estemporanee creano condizioni che poi ricadranno sulle prossime generazioni obbligando a ridefinire il concetto di benessere o weelnes, quale stato psico-fisico di piena salute, al quale si aggiunge un benessere globale, capace di migliorare la qualità della vita, ma non come dogma assoluto che può indurre a comportamenti isterici che rischiano di sortire gli effetti contrari.
La formazione dei processi decisionali all’interno del sistema rivolto a un innalzamento generalizzato delle condizioni di vita di una popolazione è ancora fortemente polverizzata e a rischio di sprechi; un’infinità di attori intervengono portando ognuno il proprio bagaglio di esperienze personali e professionali. La massa di pareri che ne deriva è giustificata dal fatto che tutti sono interessati al buon funzionamento della sanità, ma ciò rischia di dare troppo spazio a proclami irrealizzabili, rispetto ai contenuti.
A livello teorico, gli studi sui modelli sanitari devono conciliare gli aspetti umanistici, valorizzando il ruolo etico dell’essere umano nel determinare il proprio futuro, con le risorse disponibili, incentrato su comportamenti pragmatici. Primo passaggio è la presa di conscienza del connubio tra Sviluppo sostenibile e Responsabilità sociale, approccio che implica inevitabilmente un comportamento etico e trasparente (Social Accountability).
In quest’ottica, il mondo sanitario dovrebbe innanzitutto guardare sia al suo interno (per mappare l’impatto sociale della sua catena del valore e sulla produttività intesa quale correttezza nell’uso delle risorse, per definizione scarse) che esterno (identificare gli effetti positivi e negativi delle sue attività sulla società per decifrarne l’influenza in termini di miglioramento delle condizioni in termini di salute nell’esecuzione della propria strategia) al fine di comprendere le interrelazioni con il proprio ambiente e fornire risposte in termini di miglioramento del Welfare, interpretato nella sua accezione più ampia di condizioni propedeutiche favorevoli e non solo come quantità di servizi erogati. Seppur non sempre esplicitato, il concetto di responsabilità sociale ha cominciato a prendere piede attraverso i rapporti instauratisi in seno alle realtà economiche, alle comunità e alle associazioni che hanno assunto spontaneamente un approccio perseguibile attraverso un processo che ha permesso di raggiungere obbiettivi qualificanti. In particolare, le “Due diligence”, ossia l’attenzione e il rispetto verso pratiche etiche e responsabili che si devono adottare per prevenire impatti negativi sulle persone e sull’ambiente (delle best practice per l’attuazione della responsabilità sociale). Ne discende che anche il mercato dei prodotti e dei servizi “offribili” deve rispondere a principi eticamente corretti: il settore pubblico può demandare il suo ruolo di soggetto chiamato a gestire direttamente alcuni prodotti o servizi ad altri soggetti (enti no profit, municipalizzate, servizio in out sourcing, coordinamento con il volontariato e settore privato), ma non può rinunciare al suo ruolo di garanzia della funzionalità ed eticità del sistema.
Il rischio è che vi siano soggetti in grado d’influenzare gli stessi opinion leader a scelte assoggettate ai loro tornaconti (con più o meno consapevolezza da parte di questi). In questo scenario s’inserisce la definizione e il conseguente trasferimento dei poteri al livello più opportuno, partendo dal presupposto che le autorità sono tali solo se conoscono approfonditamente gli aspetti di loro competenza e riescono ad organizzare risposte efficienti in sintonia con l’evoluzione che si realizza a livello globale. Non, quindi, un mero trasferimento (o forse sarebbe più corretto parlare di un vero e proprio sballottamento) dei problemi da una sede istituzionale ad un’altra, ma la ricerca d’individuare il livello decisionale ottimale: cioè, le decisioni vanno prese laddove si ha il più alto livello di conoscenza e competenza (processo indispensabile nel settore sanitario in quanto il processo decisionale presuppone scelte a livello individuale e, in una filiera interminabile, fino all’OMS).
Gli Stati sono nati con una vocazione all’accentramento per riuscire a uniformare le difformità di gruppi, con una forte azione per omogeneizzare situazioni difformi. La complessità delle nostre società porta invece ad individuare una pluralità istituzionale, quale risposta ad una pluralità sociale. Cioè, un unico livello di governo non è sufficiente per interpretare l’evolversi delle aggregazioni che caratterizzano una moderna società: il ritmo sempre più incalzante dei cambiamenti, rende velocemente obsoleto qualsivoglia equilibrio raggiunto, obbligando costantemente a rivedere i programmi politico-economico-sociali per migliorare e/o mantenere il livello di benessere e di salute raggiunto. La creazione di più livelli di governo crea però un problema di coordinamento, in primo luogo, per gestire gli aspetti finanziari e i deficit che si possono andare a formare, onde non deresponsabilizzare le singole autorità. Il problema non è tanto quello di separare le competenze quanto quello di avviare forme di cooperazione che sappiano ottenere il massimo livello di sinergia da istituzioni che, operando su ambiti distinti, riescono a interpretare realtà dissimili, mantenendo però un sufficiente grado di uniformità del sistema.
La necessità di un nuovo paradigma nasce dalla lentezza dei meccanismi di mercato di risolvere, in tempi contenuti, i disequilibri, senza un controllo pubblico e, sull’altro fronte, la non sostenibilità nel cercare di sostituire il mercato con beni e servizi distribuiti a prezzo zero o a prezzo politico. Il non sottoporre tutto ciò che si consuma al giudizio del “prezzo”, non solo ne ha fatto scomparire il loro significato economico, ma rischia di trasformarli in diritti irrinunciabili e, parallelamente, in abusi incontrollati derivati dall’uso non correlato al bisogno e dall’illusione che a pagare sia qualcun altro. Ne deriva un’intrinseca necessità di una “mano visibile del mercato sociale”, quale capacità delle singole comunità di verificare la correttezza etica, prima ancora che economica, nell’uso delle risorse disponibili. Un’attuazione pratica di questo approccio è costituita dalla necessità di contenere i comportamenti espansionistici anche dei produttori di beni e servizi considerati indispensabili. Il prezzo zero annulla infatti la possibilità di verificare l’utilità ricavata da un soggetto o dalla collettività in rapporto al sacrifico che si deve sopportare per poter disporre di quel determinato bene, con il rischio di un suo uso non corretto, con un rilevante impatto diseducativo, impedendo, tra l’altro, il calcolo dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo in quanto viene a mancare il sacrifico che un soggetto deve sopportare per fruire di un bene o servizio generando così un moral hazard. L’allettare una persona o una collettività che un qualcosa non si paga, induce a perdere coscienza del valore stesso del bene offerto, realizzando così di una serie di diseconomie a danno proprio di quei soggetti che si vorrebbero tutelare con la gratuità del bene o servizio.