di Valter Galante
Per gli addetti ai lavori i contenuti sono cosa nota; delle conseguenze si vedrà. Quello che è successo intorno è illuminante: un faro che permette di individuare con facilità dove albergano i nemici del sistema sanitario pubblico.
Il fatto scatenante è una nota regionale di indirizzo alle ASR datata 3 luglio, firmata dall’Assessore e dal Direttore competenti. I contenuti del documento riguardano gli aspetti economico-gestionali del sistema sanitario regionale, nell’intento di tenere sotto controllo l’efficienza dei costi operativi delle ASR traguardando gli esiti finali del Bilancio 2026. Si tratta di un documento che, da un lato, rientra negli obblighi della Regione in conseguenza delle sue responsabilità di programmazione e controllo sull’uso delle risorse economiche disponibili; dall’altro, sollecita le ASR ad approfondimenti tematici orientati a verificare la coerenza tra spesa pubblica e offerta sanitaria dei vari servizi.
Per quanto si tratti in generale di controlli dovuti ed effettuati in tutte le Regioni, ognuna di esse ne declina i tempi e gli approfondimenti a seconda delle situazioni contingenti. Nel nostro caso, la soglia di responsabile attenzione sulle spese deve essere alta per due motivi. In primo luogo, perché la Giunta ha introdotto costosi miglioramenti dei servizi, di cui l’epifenomeno più trasparente sono le assunzioni di personale — escluso il turnover — di oltre 4.200 unità (la metà dal 2023), ponendo a paragone il consuntivo dell’anno pre-Covid 2019. In secondo luogo, perché la Regione sostiene lo sforzo di ampliamento e mantenimento dei servizi sanitari anche con risorse proprie, extra FSN, come dimostrato dalla recente variazione di bilancio pari a 209 milioni.
A fronte degli sforzi significativi per destinare risorse aggiuntive alla sanità, oltre al doveroso equilibrio gestionale che deve perseguire chiunque usi i soldi pubblici, le responsabilità regionali di indirizzo e controllo richiedono un esercizio puntuale e meticoloso, esattamente come nel caso del documento in questione. Il suo contenuto induce principalmente ad approfondimenti su cui ogni ASR ha modo e tempo di rappresentare le proprie particolarità, difficoltà e motivate necessità di aiuto. In questo contesto operativo si colloca anche l’indirizzo di sospendere temporaneamente eventuali nuove assunzioni, al fine di programmare con precisione la collocazione e il contributo professionale necessario. Risulta evidente, agli osservatori dotati di serietà, che solo un utilizzo adeguato delle professionalità aggiuntive può tradursi in migliori servizi sanitari. Dopo uno sforzo così imponente di assunzioni è normale verificare la congruità di utilizzo, le carenze non affrontate e quelle risolte, individuando la migliore programmazione per l’inserimento di ulteriore personale.
Per una corretta cronaca dobbiamo anche osservare come questo documento sia la logica prosecuzione e l’approfondimento di quanto determinato nella delibera regionale del 17/02/2025 (26-801), che ad oggi rappresenta il più completo enunciato amministrativo di programmazione sanitaria (economico-finanziaria e dei servizi operativi) degli ultimi anni, essendo invece il PSSR una legge di principi e indirizzi generali. Una delibera ai più sfuggita, o sottovalutata, oppure colpevolmente ignorata, immaginando che nessuno ne avrebbe chiesto riscontro. Anche gli strilloni dei giorni scorsi devono essersela persa, a riprova che le competenze per capire i provvedimenti amministrativi non piovono gratis dal cielo.
In questi anni, tenere in equilibrio economico un sistema sanitario regionale producendo buona salute (come certificano per il Piemonte i controlli dei LEA) richiede attenzioni politiche e capacità di programmazione e di gestione operativa superiori a quelle mediamente necessarie anche solo nel primo decennio del nuovo secolo. È contro la logica della responsabilità pubblica stupirsi che la Regione voglia controllare le dinamiche dei costi e del corretto utilizzo delle risorse, finanziarie o umane che siano (tanto poi, negli effetti pratici, si mescolano). Eppure, la nota regionale del 3 luglio ha dato l’avvio a una serie di accuse allucinanti per la distanza dai fatti reali e completamente asservite a logiche di vuota propaganda (di modesta consistenza, ma di significativa bandiera). Citando tra i virgolettati dei giornali troviamo: “sorprendente ammissione di ritardo e di mancanza di governo”; “cortocircuito logico e gestionale”; “la sostenibilità del sistema regionale non si costruisce con provvedimenti calati dall’alto”; “si certifica, senza giri di parole, il completo fallimento della gestione della sanità regionale”.
Da questi commenti si evince che se la Regione fa il suo doveroso lavoro di ente di controllo e programmazione, dimostra il fallimento del suo governo. Lasciando perdere il ricordo di certe prassi di controllo, concepite nelle fucine degli allarmati odierni e applicate da Der Kommissar — ben più invasive di quelle di cui stiamo trattando —, è stupefacente come l’interesse a fare propaganda superi perfino la tentazione di dimostrarsi competenti e migliori nelle capacità di buon governo (forse, chissà, in futuro).
Per scegliere da che parte stare, su alcune questioni non ci possono essere confusioni. Chi parteggia veramente per la sanità pubblica sa benissimo quanto la leva dell’efficienza gestionale sia fondamentale per salvare il nostro sistema, così come costruito nel secolo scorso. A fronte di risorse finanziarie pubbliche poco elastiche rispetto al futuro, dove la pressione delle innovazioni (tecnologiche e farmaceutiche) e quella della comorbilità delle persone anziane sono sostanzialmente incomprimibili, soltanto la ricerca meticolosa dell’efficienza gestionale può garantire un futuro, per quanto complicato, ai nostri servizi, a parità di principi e caratteristiche dell’accesso. Il che significa che ogni euro va speso solo nel modo più opportuno per garantire la salute della popolazione. Ogni euro a disposizione va investito per rispondere ai bisogni sanitari presenti, emergenti e appropriati.
In un sistema come il nostro, che ogni anno mette in circolazione oltre 10 miliardi di euro, allignano tendenze allo spreco, alla spesa improduttiva, alla “marchetta” spacciata per determinante ma poi priva di utilità reale per la salute dei piemontesi. Il rigore gestionale equivale a più salute, non a meno. Ed equivale anche a reggere l’urto della sanità privata pura (non quella convenzionata, che è invece un nostro partner), perché quel tipo di sanità prospera e cresce, in modo legittimo, sulle inefficienze del sistema pubblico e sulla concorrenza di mercato centrata sulla produttività dei servizi.
Che le previsioni dei pre-consuntivi 2026 delle ASR presentino criticità non fa che accrescere la necessità di guida e controllo da parte della Regione. La nota di cui stiamo parlando dovrebbe essere onestamente considerata da tutti come un esempio di serietà e impegno verso la salvaguardia della sanità pubblica. E qui il principio di realtà e il suo corollario di verità segnano un discrimine, un confine abbastanza netto.
Da un lato si possono distinguere bene le mantidi del sistema pubblico: quelli che profondono propaganda e richieste utilizzando le criticità del sistema con l’unico fine di acquisire qualche grammo di consenso, a dispetto di tutto. Sono coloro che nel presente sono ostili alla gestione corretta del sistema (per ora non conviene, poi si vedrà). Quindi: peste e corna sulla nota del 3 luglio. Dall’altro lato troviamo chi responsabilmente cerca di mantenere il sistema entro un doveroso equilibrio economico finalizzato alla sostenibilità dei servizi sanitari pubblici. Con il conforto di un dato: in questo secondo schieramento non si trovano solo i rappresentanti del governo regionale e i relativi affiliati o adottati. Ci sono anche i ceti professionali delle strutture regionali che, preferenze politiche a parte, conoscono il dovere della pubblica amministrazione in fatto di utilizzo delle risorse finanziarie e il conseguente valore della sanità pubblica.
Concludiamo ricordando con un facile accenno il valore della programmazione: se nel primo decennio del nostro secolo si fosse responsabilmente valutato il fabbisogno di medici del futuro (e i dati c’erano), oggi non saremmo in una tale carenza di professionisti. Quelli che pontificano adesso sui gettonisti, chissà dov’erano quando serviva la loro presenza per non far stritolare il sistema pubblico.