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Intervista ad Alessandro Stecco – Determinante continuare a studiare e sviluppare le terapie domiciliari

Guardando a un futuro a breve termine quali incognite lascia questo Virus?

“Vedo un futuro a breve termine nel quale questo virus sarà ancora presente, ma a bassa diffusione come endemico, e che ogni tanto farà soprattutto in periodo invernale una comparsa con piccoli cluster di contagi, in una società che comunque sarà totalmente riaperta alle attività sociali, commerciali, quotidiane e comunque con sempre maggiore presenza di terapie e vaccini. Rimarrà anche per molto tempo un principio diffuso di maggiore precauzione e prudenza anche a non essere possibile veicolo di diffusione, basti pensare a quante volte in passato siamo andati a lavorare con la febbre e/o l’influenza con una tachipirina, parlo per esperienza di 20 anni di ospedale, per non scoprire il proprio turno di lavoro”.

Possiamo pensare di essercene liberati non certamente per sempre ma essere stati in grado di limitarne contagiosità e letalità?

“Credo molto che per veramente dominare la scena di battaglia con questo virus, dovremo avere ben chiaro e assodato l’armamentario di possibili trattamenti nei diversi setting e fenotipi della malattia. Ci vorranno anni per consolidare la letteratura esistente o per vederne di nuova oltre al fatto che la scienza sta lavorando molto basti pensare al fatto che oggi disponiamo di tamponi antigenici rapidi e presto in uso più comune anche dei test salivari, per cui sarà possibile più facilmente gestire situazioni di aggregazioni e di collegialità, oltre allo sviluppo di nuovo presidi terapeutici, come i recentemente introdotti anticorpi monoclonolai.

Sarà importantissimo continuare studiare e sviluppare bene i protocolli di terapia domiciliare nelle fasi più precoce, che risulta essere uno dei punti chiave.

L’anno scorso nello stesso mese eravamo privi di tutto ciò e in mando a soluzioni per forza di cosa drastiche come il lock down serrato protratto, sembra di parlare di un periodo lontano ma era solo l’anno scorso e ipotizzare quanto si ha già in mano ora sembrava fantascienza, per fortuna la  scienza è entrata in campo con il massimo delle sue risorse e forze, e di anno in anno potremo solo che migliorare”.

Abbiamo riscoperto tante realtà che davamo per acquisite e, brutto dirsi, scontate come: l’importanza dei vaccini, la prevenzione, la medicina territoriale e quanto la tecnologia si sia evoluta a nostro servizio ma, evidentemente non nei settori che in questo periodo pandemico ci avrebbero meglio permesso di affrontare la complessità della situazione. Da dove ripartire una volta calmata la marea?

“Ripartire da fare un vero  innesto di un nuovo DNA nella nostra società: progettare e attuare Formazione continua, educazione pratica, scientifica e normativa per tutti a partire dalle scuole, alle università  agli enti locali, alle professioni sanitarie sulle materie che per forza di cose abbiamo tutti imparato a conoscere bene, ma che erano poco note, dalla prevenzione ad un educazione sanitaria che non possiamo più lasciare come “fatta” o ad “altri”, ma che deve essere una base comune che serve anche per tante altre cose.”

Durante la prima ondata abbiamo conosciuto un senso di solidarietà e di appartenenza che non pensavamo di avere come nazione. Nella seconda e terza ondata non è andata proprio così ma l’impegno del personale sanitario non è mai mancato nonostante l’aggravarsi di certe situazioni. Che lezione ci lascia questa pandemia vista da un medico ma anche un rappresentante delle istituzioni?

“Concordo che i segni e le cicatrici che questa pandemia ha lasciato, in virtu’ delle difficoltà attraversate da tutti in forma diversa, sono quelli di una pluriframmentazione della società che si è vista non tanto nella prima ma nelle ondate successive, anche per il sovrapporsi di effetti e ricadute psicologiche , somatiche a quelle successive  che sono state socio-economiche. Credo che occorre ricomporre il puzzle, per tutti  e per tutte le categorie, e mai come ora serve una classe politica matura che riesca a superare ideologismi e preconcetti per supportare una transizione verso la ricomposizione del quadro della nostra società per rilanciarla.”

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