Weather:
city not found
Homecovid19Gli insegnamenti del covid

Gli insegnamenti del covid

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi

L’esperienza del coronavirus obbliga a rileggere l’approccio alla medicina di fronte a problemi imprevisti: l’antecedente era la “spagnola” ma è trascorso un secolo e il D.N.A. sociale e scientifico non era pronto. Malattie infettive si sono sempre manifestate ma potevano essere gestite da pochi professionisti altamente specializzati, per gli altri rappresentava una complicanza da affidare al collega.

Il coronavirus ci ha colto di sorpresa e all’inizio è stato un susseguirsi di ipotesi e di supposizioni. Alcuni hanno anche affermato di aver notato la presenza di polmoniti anomale già negli ultimi mesi del 2019, peccato che non ne hanno fatto menzione. E sono queste affermazioni che fanno riflettere sul ruolo e sul comportamento scarsamente propenso all’osservazione clinica quanto ad una sorta di “meccanicismo cibernetico” basato sui protocolli dettati dalla medicina difensiva e dalla professionalità compartecipata.

La medicina basata sull’evidenza (Evidence Based Medicine – EBM) che si è sviluppata a partire dai primi anni ’90, fonda le sue basi sulle prove di evidenza e “l’uso cosciente, esplicito e giudizioso delle migliore evidenze (cioè prove di efficacia) biomediche al momento disponibili, al fine di prendere le decisioni per l’assistenza del singolo paziente”.  Ciò ha portato ad una medicina eccessivamente basata su regole rigide e su protocolli precisi, compatibile per una medicina altamente tecnologica e parcellizzata che da poco spazio all’osservazione e all’esperienza del singolo operatore, si è trovata impreparata ed inadeguata di fronte ad un evento nuovo ed inaspettato.

La professionalità compartecipata fonda le sue ragioni sulla difficoltà derivante dall’eccesso di specializzazione che porta a non riuscire a prendere decisioni di sistema, ma si rinvia sistematicamente ad un altro professionista o ad un’altra istituzione, com’è successo durante il primo anno di pandemia.

E così di fronte ai primi pazienti affetti da coronavirus, mancando il “manuale” di come comportarsi si è assistito ad un fiorire di alternative. Il saper immaginare soluzioni diverse è sintomo di intelligenza e vivacità culturale e l’importanza dell’esperienzialità permette di raggiungere velocemente maggiore efficacia nell’erogare le cure. Quello che è successo nei primi mesi allo scoppio della virulenza del coronavirus è stata invece un’affannosa ricerca di soluzioni immediate, senza ragionare sulle reazioni che ne potevano derivare.

Parafrasando il detto “medico cura te ipse”, è necessario, anche per una questione di credibilità, che la sanità effettui un’indagine introspettiva per verificare se riesce ad eliminare ogni comportamento organizzativo dannoso verso quei soggetti che s’impegna a prendersi in carico nel tentativo di restituirle buone condizioni di salute.

Muovendosi dall’analisi degli stessi luoghi di cura, si ricava come il ricovero in un ambiente ospedaliero viene spesso interpretato come una maggiore complicanza (rischio di infezioni, sindrome dai immobilizzazione e spesso perdita dell’autosufficienza) per i soggetti, oltre che un impiego di risorse per la struttura e, quindi, si tendeva a ridurla al minimo necessario: tendenza che si è dovuta rivedere con l’esplosione del coronavirus. A questa osservazione fa da contrasto l’atteggiamento che riporta le strutture sanitarie come luogo di “deposito” di persone con problemi di salute mentre la riabilitazione rappresenta spesso un’attività residuale. Periodicamente si è assistito ad un abbandono dei pazienti da parte dei famigliari presso i Pronto Soccorsi degli Ospedali o comunque un generale disinteresse verso le persone che soffrono nonostante siano persone legate da vincoli affettivi. Con il coronavirus questo comportamento è stato imposto dalle circostanze. Ma ancora di maggior impatto è la presa di coscienza che la salute non è un bene che si può comprare al supermercato o contrattare con una multinazionale, bensì un’organizzazione economico-sociale e una costante applicazione delle norme igieniche che il sistema può consigliare e forse imporre, ma senza una coscienza generalizzata volta ad accrescere l’aderenza delle prescrizioni, rischiano di rimanere lettera morta.

Ripensare il nostro sistema alla luce degli errori e degli aspetti critici emersi durante la fase calda della pandemia è, non solo necessaria, ma doverosa per non rivedere più quelle immagini che hanno colpito tutti noi, (operatori sanitari impegnati in prima fila fino allo stremo: pochi sono stati quelli che si sono sottratti agli obblighi professionali).

La diffusione capillare della medicina del territorio ha sicuramente rappresentato un punto di forza del Servizio Sanitario Nazionale, osservato ed imitato da sempre, ma soprattutto in questa fase dove la lotta alla pandemia richiede un approccio il più possibile esteso e globale.

Non ci sono scoperte ad effetto o statistiche mirabolanti da far cambiare il trend ma il gestire il problema covid diventa sempre più coinvolgente ed i suoi effetti devono essere attentamente studiati, consci che i più penalizzati per gli effetti del Lockdown sono quelli costretti a rinunciare al loro lavoro, sconvolgere le proprie abitudini, perdere i loro riferimenti culturali, il non più vedere le persone cui erano abituate. È nato una specie di eremitaggio urbano, con forme di segregazioni forzata in casa e altri obblighi cui si deve sottostare (fattori che hanno penalizzato tutti, ma che hanno presentato un impatto maggiore sulle persone malate e sui loro caregiver). Già in periodo normali la cura di un paziente con deficit cognitivi comporta problemi di adattamento e di sopportazione: oggi con le restrizioni gialle, rosse e arancioni la situazione si è pericolosamente aggravata.

A queste problematiche il sistema ha reagito con notevoli difficoltà non riuscendo a stabilire norme che tutelino i soggetti fragili, ma prima ancora che decifrino i bisogni. Se lo studio di una patologia parte dall’identificare i sintomi e capirne le condizioni in cui si sviluppa, così la razionalizzazione del sistema parte dall’identificare i punti di forza e di debolezza, diventa cruciale nell’affrontare i problemi connessi.

Written by

Redazione: Claudio Risso: Direttore Responsabile --- Gian Paolo Zanetta: Direttore Editoriale --- Federico Dolce ---

No comments

Sorry, the comment form is closed at this time.