Di Emanuele Davide RUFFINO e Cinzia CONCILLO
In questi giorni si sente spesso parlare di libera professione o di intramoenia e non mancano consigli a tutela del paziente che è costretto ad aspettare oltre il tempo legale previsto per l’erogazione della prestazione dal SSN nonché gli immancabili percorsi giurisdizionali che esaminando fatti avvenuti anni fa, sollevando dubbi interpretativi, rendono ancor più complessa l’attuale situazione, dando origine ad una forma di giurisdizionalismo ad oltranza.
Già Ippocrate con il suo Prognosticum diceva: “Ci si metterà al riparo da ogni rimprovero se si sarà previsto chi è destinato a perire e chi invece a salvarsi” (anticipando così il dibattito su dove finisce l’ipocondrismo del paziente e inizia la medicina difensiva e la professionalità compartecipata (quando, per ripartire le responsabilità, si richiede la consulenza di più colleghi, con il risultato che più nessuno si ritiene responsabile).
Ovvio che, ai giorni nostri un’affermazione di questo tipo potrebbe essere considerata eccesiva ed immorale, ma se contestualizzata non è altro che indicativa della presenza già nei tempi antichi della c.d. medicina difensiva a fronte di una richiesta di servizi spesso inappropriata, dove sembra affermarsi un meccanicismo in cui ad ogni patologia di deve essere una soluzione (dimenticando, forse, che non siamo immortali!).
Con l’evoluzione tecnologica e la conseguente disponibilità immediata di informazioni di qualsivoglia argomento accedendo dal proprio smartphone ad un qualunque portale di ricerca, spesso gli utenti si rivolgono ai propri medici di base con una convinzione di diagnosi non avendo la preparazione tecnica e professionale per valutare la propria situazione di salute. Analizzando i sintomi patiti, spesso senza nemmeno verificare le fonti, navigando in rete, si recano dal proprio medico curante chiedendo espressamente la prescrizione di determinate visite di controllo per sé o per i propri familiari (e i più proattivi anche per amici e parenti).
La forte penalizzazione della responsabilità medica di cui si è parlato molto soprattutto alla fine degli anni Novanta e che ha visto crescere esponenzialmente le cause contro gli operatori sanitari ha portato gran parte dei medici a prescrivere effettivamente più controlli, visite, terapie e prestazioni rispetto a quelle necessarie proprio per non incorrere in responsabilità medica per aver omesso qualcosa.
Questo porta indubbiamente le liste d’attesa a diventare lunghissime e al SSN a non riuscire più a garantire il rispetto dei tempi legali previsti in base all’urgenza della prescrizione e a poco serve accrescere l’offerta, anche se è indubbio che con l’innalzamento medio dell’età della popolazione e la maggior attenzione ai problemi della salute (una delle poche cose positive ereditate dal lock down) alcuni servizi risultano decisamente sottostimati e per questo l’iniezione di risorse previste (e prima ancora creare le condizioni per cui gli operatori che ci sono non lascino il lavoro) sono quanto mai opportune, ma da sole non risolvono le radici della problematica.
In questo scenario s’inserire la libera professione e la sua gestione contradditoria nei principi e nell’attuazione tant’è che ha dato origine a non pochi conteziosi senza arrivare ad una definizione univoca, impossibile da raggiungere stante la farraginosità e l’incompletezza dell’assetto normativo. Per alcuni rappresenta una valvola di sfogo in grado di alleggerire la pressione sui servizi pubblici, soddisfando, out of pocket, parte della domanda: per altri, una violazione del principio di eguaglianza per altri. In sanità poi è statisticamente confermato che è l’offerta che crea la domanda, per cui di rischia che ogni implementazione di servizi sia assorbita dalla domanda,
Gli utenti che non hanno intenzione di aspettare lo scorrimento delle liste d’attesa, per reali necessità o per apprensione, portano a momenti di incomprensione e di tensioni ingiustificate e inconcludenti tali da compromettere ulteriormente la situazione o ripiegando sulla stessa prestazione erogata in regime di libera professione. Ormai la prima preoccupazione di molti operatori non è più quella di curare, ma di non essere sopraffatto dalle proteste: La scarsa preparazione sull’argomento presente sia tra gli operatori che tra i pazienti, porta purtroppo a cause “mal impostate” che si traducono in tempo e denaro sprecati (ci sono sentenze in cui la parte attrice-paziente, perde la causa per non aver individuato correttamente il convenuto), mentre il problema è spesso quello di far luce prevalentemente sui due tipi di responsabilità (contrattuale ed extracontrattuale) a seconda di prestazioni erogate dal SSN o dal libero professionista. Questo ha un costo e non tutti possono permetterselo o, in alcuni casi, semplicemente non vogliono rinunciare al loro diritto alla salute.
In un coacervo di norme e incompletezza dell’assetto normativo emerge una farraginosità avvalorata da una serie di riforme e modifiche che hanno dato una sorta di schema interpretativo delle norme in materia di responsabilità medica e che sembra abbiano “alleggerito” e diminuito notevolmente le situazioni in cui giudici, avvocati, parti in giudizio. Viene di fatto rivista la responsabilità del mondo sanitario, che deve transitare di educare correttamente al consumo dei servizi sanitari (e l’eccessivo ricorso agli antibiotici, deleterio in età infantile, come più volte rilevato dall’OMS o la quantità di codici bianche ai Pronto soccorsi, ne testimoniano la necessità), nonché nel definire la priorità degli interventi e di utilizzare al meglio le risorse. Un compito immane che non può essere lasciato al singolo operatore ma deve essere assunto ad un livello sociale più alto se non si vuole che la sanità diventi un far west ad appannaggio del più violento, del furbetto o degli approfittatori sempre più organizzati in lobby.