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La discussione sul Pssr del Piemonte

di Valter Galante

Questa settimana il documento provvisorio del Piano entrerà nelle fasi di confronto istituzionale che dovrebbero condurre alla sua approvazione.  Proviamo a fare il punto della situazione riflettendo sul tipo di utilità che ci aspettiamo dal Piano.

A cosa serve un PSSR? Per essere un testo legislativo utile, il Piano deve prima di tutto essere una bussola delle strategie che durante la sua validità si vogliono applicare nei confronti dei servizi, degli assetti professionali, dell’uso delle tecnologie e in genere di tutte le attività e componenti che caratterizzano il sistema socio-sanitario regionale. Deve quindi indicare i macro obiettivi, i mezzi, i principi e i modelli da applicare affinché il contesto organizzativo dei servizi possa migliorare il livello di salute degli abitanti del Piemonte attraverso i percorsi di prevenzione, diagnosi e cura. Un Piano utile non è principalmente un elenco di singole soluzioni ai problemi o un riferimento tecnico ma un punto di chiaro indirizzo per declinarne poi coerentemente gli aspetti operativi e gestionali. Non è mai utile mescolare i piani strategici con i piani d’azione che, in questo caso, sono essenzialmente sviluppati dalle deliberazioni della Giunta, dalle determine dirigenziali, dalla gestione delle aziende Sanitarie. In ambito giuridico il Piano è prioritariamente una legge quadro e non una legge di dettaglio. Esso non dovrebbe essere concepito come un provvedimento in forma legislativa secondo il vizio diffuso di voler amministrare per legge. Una prassi da evitare perché può avere conseguenze disastrose per l’efficienza complessiva degli gli apparati amministrativi regionali e delle le aziende sanitarie. La natura strategica del Piano non dovrebbe essere pasticciata da una confusione fra la responsabilità politica, che si traduce nella scelta dei principi, dei valori, degli obiettivi, e quella dei dirigenti regionali e delle aziende, cui spetta invece la gestione amministrativa, tecnica e finanziaria della norma. Si tratta di una confusione che, nei casi patologici, allontana dalla cultura del risultato e produce inefficienza (per approfondimenti qualificati sul tema si può fare riferimento agli insegnamenti tuttora utili di Sabino Cassese).

Ma un PSSR serve davvero? Fornire una risposta positiva al quesito non è di semplice argomentazione, anzi. Bisogna arrivarci per gradi. Si possono esporre due osservazioni, fondate sulla realtà dei fatti, che a prima vista potrebbero mettere in dubbio una reale utilità del Piano. La prima. Se l’ultima approvazione di una norma simile in Piemonte risale all’inizio della Giunta Bresso e nessun governo successivo si è poi chiaramente richiamato a quegli indirizzi, vuol dire che la Presidenza Cota, quella Chiamparino e la prima di Cirio non hanno avuto bisogno di quell’indirizzo. Eppure hanno condotto la sanità piemontese rispettivamente attraverso un Piano di Rientro, una drammatica ristrutturazione ospedaliera, un cataclisma pandemico chiamato Covid, mantenendo il Piemonte su livelli di qualità ragguardevoli nel confronto nazionale. Non solo. Per quanto dotata di un Piano, la Giunta Bresso ha condotto la sanità piemontese nel Piano di Rientro (siglato da Cota dopo un mese di reggenza) che per tanti anni ha segnato la nostra realtà. Dunque, per tutti questi eventi l’ultimo Piano è risultato insignificante. La seconda osservazione riguarda l’incidenza della normativa sanitaria regionale rispetto a quella nazionale. Per parlare seriamente di un Piano regionale bisogna realisticamente chiarire che la normativa nazionale è quella che spesso incide realmente e verticalmente sull’ impostazione dei servizi sanitari delle regioni. Per capirci con degli esempi: le regole sull’assistenza ospedaliera definite nel DM 70/2015, così come gli sviluppi dell’assistenza territoriale previsti con il DM77/2022 sono indirizzi e contenuti fondamentali a cui nessuna regione può derogare (esempio attuale e concreto la questione dell’ospedale unico nel VCO e il dibattito sugli ospedali di Comunità). Ancora, nessun Piano può eludere l’obbligo dei LEA, la loro valutazione e le eventuali sanzioni per mancata applicazione. Casomai, se una Regione dispone delle risorse necessarie, può allargarne a sue spese lo spettro. Le Regioni partecipano collegialmente alle decisioni tramite organismi (Conferenza Stato Regioni, “Intese”, “Patti per la salute”) e tavoli di lavoro con i Ministeri che approvano le direttive ma poi il risultato sono indicazioni che nessun Piano può modificare. Fatto salvo che le regioni virtuose dal punto di vista economico-finanziario possono sempre offrire più servizi e più qualità ma con loro fondi o risparmi sul riparto. Dunque un Piano è utile se riesce ad essere il faro di orientamento politico per l’organizzazione e la gestione dei servizi, cioè quanto esattamente attribuito alle regioni quale competenza esclusiva dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Nel nostro caso si tratta di fornire un quadro di riferimento e di legittimità a chi gestisce e opera concretamente nel sistema sanitario regionale. Per esempio, chi lavora per consolidare reti professionali tra ospedali o sul territorio sa che il suo impegno è quello che sarà richiesto dal Piano anche negli aspetti economici. Per quanto fin qui esposto, ogni altra pretesa sui contenuti del Piano sarebbe da ritenersi irricevibile. Infine, per alzare il livello dell’utilità e delle ricadute di efficienza sul sistema sanitario regionale, il Piano dovrebbe accogliere solo a dosi omeopatiche e anestetizzate le richieste provenienti dalle filiere del marchettificio, dedite a cercare e contrattare singole posizioni di vantaggio protette dalla norma ma di irrilevante o controproducente benessere per la comunità, spesso vendute promettendo o millantando il consenso del futuro.

Gli aggiornamenti pensati dalla maggioranza. Come si conviene tra gli organismi politici e tecnici che lavorano in tempo reale sull’aggiornamento dei contenuti in base all’ascolto e all’apprendimento, velocizzati anche dai traguardi temporali di breve periodo per l’approvazione del Piano scelti dalla maggioranza, nel confronto istituzionale che si avvia oggi verranno presentate delle proposte di modifica provenienti dall’area governativa. Citiamo le più importanti, proprio perché se indicate dalla maggioranza hanno maggiori probabilità di essere approvate. Va detto che si tratta di precisazioni e approfondimenti nel testo originale e non di nuovi temi e impostazioni. 1) Nell’ambito della Prevenzione vengono esaminate le relazioni tra lo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e la riduzione del pericolo delle malattie infettive, il controllo delle malattie associate a rischi ambientali e climatici, la riduzione degli effetti negativi sulla salute delle diseguaglianze sociali. 2) Si approfondiscono i temi dell’area pediatrica e ostetrico ginecologica in relazione alla nuova azienda OIRM-Sant’Anna. 3) Viene accentuato l’esame delle potenzialità relative all’uso dell’AI e della necessità di potenziamento della Cybersecurity. 4) Viene precisato ulteriormente il tema dei nuovi ospedali. 5) Si presenta un maggiore ragguaglio sul costituendo Osservatorio della Salute. 6) Si approfondiscono le strategie per l’attrazione e la soddisfazione del Personale e per le azioni di valorizzazione del Comparto Amministrativo e Tecnico. 7) Si evidenzia il ruolo della rete delle farmacie convenzionate con il SSN. 8) Si precisano le linee strategiche per la ricerca biomedica e clinica transazionale. 9) Si ampliano i temi della trasparenza e dell’anticorruzione. 10) Si specifica sulla governance dei problemi relativi a brevetti, marchi e diritti d’autore. 11) Si profila la collaborazione con le Fondazioni e gli Enti no profit.

Le critiche. Probabilmente le critiche al piano seguono un copione che punta a due risultati: da un lato il clamore mediatico e la visibilità politica della cosiddetta bocciatura, dall’altro la conquista di una merce di scambio per la contrattazione di variazioni che assecondino i referenti di chi pone la critica. Questo spiega perché di sostanziale sulle strategie non si è visto nulla. Molto plateali sono state le esternazioni del Presidente dell’Ordine dei Medici che ha addirittura richiamato la Costituzione quando afferma che le “funzioni pubbliche devono adempiersi con disciplina e onore”, palesando, a suo dire, l’incompetenza di chi ha redatto la bozza di Piano. Un modo di argomentare iperbolico che normalmente non si addice a chi parla del lavoro di altri e analoghi professionisti, ma così sono andate le scene. Secondo questa impostazione ci vorrebbero altri mesi di lavoro per riscrivere il documento con altri esperti facendo prevalere gli aspetti tecnici delle questioni in essere. Fuor di polemica qui sta il punto. Ovvero se dobbiamo considerare il Piano prioritariamente un documento tecnico o un indirizzo politico di rilevanza strategica. Noi propendiamo per la seconda scelta. Nella bozza di Piano in esame sono preminenti tutti gli indirizzi oggi razionalmente prevalenti nel dibattito e nei ragionamenti sulla sanità regionale e su quella italiana. Alla tecnica di ogni rango spetterà poi la ricerca e l’applicazione delle modalità per realizzare gli orientamenti della norma.

Valter Galante

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