di Francesco Capobianco ed Emanuele Davide Ruffino
Quando si parla di sanità pubblica, la conversazione tende quasi sempre a concentrarsi sui problemi: liste d’attesa, reparti sotto pressione, mancanza di personale, difficoltà di accesso alle cure. Sono temi reali e importanti, che vanno affrontati senza reticenze. Ma esiste anche un’altra faccia della sanità, meno raccontata: quella dei cittadini che, dopo un percorso di cura, desiderano dire grazie.
Un ringraziamento può assumere svariate forme. Può essere una parola rivolta a un infermiere, un tecnico di radiologia, un medico o un addetto all’accoglienza. Può essere una lettera, un messaggio, un piccolo gesto di solidarietà. In alcuni casi può diventare una donazione volontaria a favore della struttura che ci ha curato. È proprio questa ultima possibilità che merita di essere osservata con maggiore attenzione.
Le aziende sanitarie raccolgono da sempre le segnalazioni dei cittadini. I reclami servono a individuare disservizi, ritardi e criticità. I questionari di gradimento consentono di misurare la soddisfazione per l’accoglienza, la comunicazione, i tempi e la qualità percepita del percorso di cura. Sono strumenti necessari, ma hanno un limite evidente: raccolgono con maggiore facilità il disguido che il ringraziamento.
Chi è rimasto deluso tende, comprensibilmente, a farlo sapere. Chi è rimasto soddisfatto spesso semplicemente riprende la propria vita. Eppure anche l’apprezzamento è un’informazione preziosa. Può raccontare quali reparti, quali équipe e quali percorsi hanno saputo generare fiducia, umanità e qualità agli occhi di chi li ha vissuti. La donazione simbolica potrebbe diventare uno di questi canali. Non una tassa aggiuntiva, non un corrispettivo per ottenere una visita prima o un esame migliore, ma un gesto libero, facoltativo e separato dal pagamento del ticket. Un modo per dire: “Sono stato curato bene e voglio contribuire a migliorare ciò che altri riceveranno dopo di me”.
L’idea di un merito riconosciuto dall’esterno ha radici antiche. Quando Caio Mario affrontò l’invasione di Cimbri e Teutoni, tra il 113 e il 101 a.C., la Repubblica romana attraversava una grave emergenza. Mario comprese che il merito doveva tradursi in regole concrete, non restare un concetto astratto. La sua riforma dell’esercito aprì la carriera militare a un bacino più ampio di cittadini e mostrò che, nei momenti di crisi, contano la competenza, la responsabilità e la capacità di rispondere ai bisogni reali.
Il territorio dell’attuale Torino, allora abitato dagli Taurini, precedeva di circa un secolo la fondazione romana di Augusta Taurinorum. Era però già un crocevia strategico tra le Alpi e la Pianura Padana: un luogo di passaggi, incontri e trasformazioni. Anche oggi la sanità pubblica è un crocevia: vi si incontrano bisogni diversi, professionalità diverse, attese diverse e, talvolta, aspettative deluse.
Un secondo riferimento utile viene da Adriano Olivetti. La sua esperienza industriale non si limitò a produrre beni: coinvolse la comunità nel progetto aziendale, investendo in welfare, cultura, servizi e partecipazione. Non fu la comunità a dover seguire passivamente l’azienda, ma fu l’azienda a costruire ponti con la comunità. In sanità, la stessa logica potrebbe tradursi in canali di ascolto più semplici, più umani e più vicini alla vita quotidiana dei cittadini.
L’idea è semplice: offrire al cittadino la possibilità di effettuare una piccola donazione volontaria dopo aver ricevuto una prestazione sanitaria. La donazione potrebbe essere proposta attraverso un QR code, un messaggio dopo la dimissione, l’app IO o gli strumenti di pagamento digitale già utilizzati dalla pubblica amministrazione.
Il punto decisivo è la chiarezza. La donazione deve restare separata dal ticket, senza alcun effetto su tempi di attesa, priorità cliniche o accesso alle cure. Deve essere presentata come una possibilità, mai come un obbligo. E deve essere accompagnata da una comunicazione trasparente: il cittadino deve sapere a cosa serviranno le risorse, ad esempio per un progetto di formazione, per migliorare l’accoglienza, per acquistare una strumentazione o per sostenere un servizio specifico. Un esempio arriva dalle campagne di raccolta fondi digitali attivate a sostegno dell’Ucraina a partire da febbraio 2022. Piattaforme come Stand for Ukraine hanno mostrato come sia possibile presentare cause chiare, offrire diversi canali di pagamento e collegare il contributo del donatore a finalità concrete. Trasferito in sanità, questo approccio potrebbe rendere la donazione più comprensibile: non un versamento generico, ma un sostegno a un progetto riconoscibile.
Il tema dei pagamenti digitali apre uno scenario interessante. Oltre ai canali pubblici già consolidati, come pagoPA e app IO, esistono oggi strumenti di pagamento istantaneo, wallet digitali e tecnologie basate su registri distribuiti. Il Regolamento europeo MiCA ha inoltre introdotto regole comuni per i prestatori di servizi di asset crittografici, i cosiddetti CASP. Non si tratta di trasformare un ospedale in una piattaforma finanziaria, anzi, la prudenza deve restare la regola principale. Ma un dialogo iniziale tra il mondo sanitario e quello delle tecnologie finanziarie potrebbe aiutare a capire quali strumenti sono davvero utili, sicuri, trasparenti e accessibili. In futuro, alcuni servizi oggi tipicamente bancari — pagamenti, conversioni valutarie, trasferimenti di fondi, identità digitale — potrebbero essere offerti anche da operatori digitali regolamentati (hacker permettendo).
Per una struttura sanitaria, l’eventuale utilizzo di questi canali dovrebbe prevedere conversione immediata in euro, tracciabilità completa, rispetto delle norme antiriciclaggio, sicurezza informatica e rendicontazione pubblica. La tecnologia può ampliare le possibilità, ma non deve mai compromettere la fiducia dei cittadini. Una proposta di questo tipo funziona soltanto se è equa. Non tutti i reparti hanno la stessa visibilità: un pronto soccorso, per esempio, è spesso sotto pressione, affollato e meno adatto a campagne comunicative raffinate. Eppure rappresenta uno dei servizi più esposti alle difficoltà del sistema sanitario.
Una donazione non risolverà da sola il sovraffollamento né le carenze strutturali, ma potrebbe sostenere progetti mirati: formazione del personale, soluzioni per l’accoglienza, strumenti di lavoro, iniziative per migliorare i flussi o rendere più umano un percorso difficile. In questo senso, anche un piccolo progetto pilota potrebbe diventare un’esperienza utile da condividere con altre strutture, in Italia e altrove. Le regole devono però essere chiare: le donazioni non sostituiscono il finanziamento pubblico e non diventano un modo per compensare le mancanze del sistema. Servono a finanziare ciò che è aggiuntivo, migliorativo e verificabile.
La donazione simbolica non è la soluzione ai problemi della sanità pubblica, ne pretende di esserlo. Può però restituire alle aziende sanitarie una voce che oggi fatica a emergere: quella di chi è stato curato bene e vuole lasciare un segno di gratitudine.
In una sanità spesso raccontata attraverso lamentele, ritardi e carenze, ascoltare anche i segnali positivi non significa minimizzare i problemi. Significa guardare il sistema nella sua interezza. Significa riconoscere che la qualità esiste, che viene percepita dai cittadini e che può diventare una risorsa per migliorare. Forse la domanda giusta non è soltanto: “Cosa non ha funzionato?”. Potrebbe essere anche: “Cosa ha funzionato così bene da meritare un grazie?”. E, se un cittadino vuole trasformare quel grazie in un piccolo contributo volontario, la sanità pubblica dovrebbe saperlo accogliere con trasparenza, rispetto e senso di responsabilità.