di Chiara Maria Rossi Emanuele Davide Ruffino
Ci può essere spazio, su un quotidiano che tratta di innovazioni in sanità, terapie di eccellenza, nuovi modelli assistenziali, tecnologie d’avanguardia… per parlare dell’efficacia delle parole nel processo di cura?
Anche le parole possono portare ad un risultato terapeutico: si pensi alla tanto decantata relazione medico – paziente, considerata da sempre parte integrante della cura. Oppure all’effetto che le parole di chi ha già fatto l’esperienza possono produrre in un malato: sollievo, rassicurazione, vicinanza… sentimenti che contrastano la solitudine di chi sta affrontando il dolore fisico e spirituale, la paura e l’angoscia del domani.
Quando non si ricerca la notizia ma si riflette sui fatti della vita, chi ha il dono dello scrivere riesce a trovare le parole giuste per descrivere situazioni in cui ognuno di noi può venirsi a trovare.
Nell’ordinare gli appunti lasciatoci da Andrea Rossi, storico animatore del periodico “Dirigente d’azienda” si ritrovano frasi che invitano a riflettere su problemi che riguardano salute / malattia, vecchiaia / morte, e che possono illuminare chi sta vivendo un’esperienza analoga..
Prendiamo alcuni brani dal suo libro in gran parte autobiografico ”La voce del cuore”, Effatà ed. 2025.
Nel racconto “Una lezione per la vita e per la morte”, l’autore ci porta a rivivere la sua esperienza di malato di tumore. Compagno di viaggio un libro di Peter Noll, Sul morire e la morte, Mondadori,1985, pagine a cui tornava spesso, già prima di ammalarsi, quando aveva bisogno di sostegno, incoraggiamento, per superare un doloroso periodo della sua vita segnato da alcuni lutti familiari. Tanto da giustificare il rapporto particolare con quel libro, diventato parte di lui.
Scrive:”…ne fotocopiavo stralci da regalare, così come si dona un farmaco, una preghiera, un fiore”, quasi fosse un presentimento, a testimoniare la forza e il conforto che possono le parole.
Peter Noll, avendo saputo di avere un cancro alla vescica, rifiutò le cure. Diverso l’iter del giornalista, che pur accettando le cure, si interroga strada facendo, sia nel momento della diagnosi, sia nelle successive fasi della malattia, mettendo a nudo dubbi e timori sulla decisione da prendere e confessando la paura di morire.
Arrivò l’anno fatale che si mostrò in sordina con un lieve abbassamento della voce. La Via Crucis tra il primo segnale e la sua drammatica conclusione forse merita qualche riga per mostrare la fallibilità della scienza.
Dopo i primi esami fui trattato come un malato immaginario che solo dopo sei mesi di sedute logopediche fu invitato ad approfondire gli esami. Accertata una corposa ciste, prontamente asportata e mandata al controllo, l’esame istologico si rivelò fatale… carcinosarcoma della corda vocale sinistra.
E’ di fronte a un bivio: curarsi, oppure … accettare il destino senza ostinarsi a vivere a tutti i costi?…
Ha ragione Peter Noll, oppure la vita in assoluto vale tutte le mutilazioni, le rinunce, le umiliazioni di un essere vegetale in mani mercenarie, se hai i mezzi per poterti pagare un’assistenza decorosa?
Mi lasciai convincere, elusi l’indiretto esempio di Peter … Alla mia età sarebbe stato bello e nobile rinunciare allo strazio delle mutilazioni successive e andarmene così in punta di piedi, come ho sempre sognato… Invece accettai la cobalto…
La mia parola oggi è un soffio, un bisbiglio spesso inintelligibile, ma so, sento che non mi devo più piegare alle leggi della vita a tutti i costi. Mi avvicino agli ottant’anni, l’amico Peter ne aveva cinquantacinque quando decise di accettare il destino…
… ormai non è più tempo di lotta, bisogna lasciare il compito agli altri, noi che ce ne andiamo dobbiamo solo verificare se abbiamo fatto per intero il nostro dovere di uomini.
… Peter Noll non vuole essere un eroe, ma solo un uomo che si aggrappa a ciò che gli resta della vita per esprimere la gratitudine a Colui che dichiara di non conoscere.
… In questi nostri tempi, dove l’imperativo corrente è la vittoria ad ogni costo, dove la medicina è sempre più spesso accusata di oltraggio alle leggi di natura, questa lezione che ci viene da un laico di prima grandezza è più di un invito alla riflessione, è una porta aperta alla accettazione delle sovrane leggi dell’esistenza, dove la pace dello spirito si impone anche di fronte alla più straziante sofferenza senza altri traguardi che la morte.
E noi? Da che parte stiamo? Le parole di Rossi, così dirette, ci interrogano e ci lasciano in sospeso nei nostri pensieri. Un tema difficile, descritto alla fine con il distacco pacato e sereno di chi ha attraversato la prova della malattia ed è andato oltre. E la può raccontare. E la vecchiaia? Senectus ipsa est morbus, già diceva nel 161 a.C. Publio Terenzio Afro nella sua commedia Formione. Seguiamo l’”uomo invisibile” nell’omonimo racconto:
Stamattina, per caso, mentre ero al mercato, ho scoperto che ero diventato invisibile.
E’ l’amara sorpresa di chi un giorno fa il consueto giro tra le bancarelle dove è conosciuto e abitualmente fa la spesa, poi va al solito bar per un buon caffè, prova anche ai Grandi Magazzini… ma nessuno sembra guardarlo, salutarlo, prestargli un minimo di attenzione.
Tornato a casa, stanco e umiliato, si sente male, diventa tutto buio intorno a lui … quando si risveglia, confuso e disorientato, si trova in un enorme stanzone di ospedale, dove è stato ricoverato e rimane degente per un paio di mesi. Il racconto continua così:
Uscii che era primavera, un pomeriggio pieno di luce…
Allora feci la terza più importante scoperta: che ero ricco!
Ma sì, ricco di vita e di speranze. La malattia fa di questi regali. E per la prima volta guardai da vicino un fiore e il volto di un infante come bisogna guardare tutte le cose del creato, con meraviglia, per avere il diritto di essere guardato, per conquistare la simpatia che ti rende visibile.
Dai fiori e dalle facce allegre della gente capii che c’era posto anche per me in questo mondo e mi venne da pensare che ero contento di essere vivo. Che cosa mi era successo?
Era successo che ero diventato vecchio e malato, di quella malattia sorda e invisibile che ottunde un poco la mente, rallenta i movimenti, smorza i rumori, attenua i colori e a poco a poco spegne la vita. Ma poi ho scoperto che in qualche modo si può riprendere la corsa e pensare – come mi ha insegnato la suora che vive in ospedale e se ne intende – che per quanto tu vecchio sia, quand’anche avessi cent’ anni e oltre, ebbene anche allora ti resta la grazia di un giorno, capisci, un giorno intero, un giorno che non muore, perché continuamente si rinnova e si sposta in avanti e ti dà l’illusione dell’eternità. Tanto basta per sconfiggere la paura del morire che è cosa diversa dalla morte, la grande madre che tutti accoglie nell’ultimo sonno e rasserena… E allora mi venne da pregare…
In questo episodio, l’autore ci parla della sua vecchiaia: dello smarrimento di trovarsi nell’età avanzata e di quella “grazia di un giorno”, rinnovata quotidianamente, diventata per lui quasi un mantra, chi lo ha conosciuto lo sa. E’ un’abitudine che gli ha consentito di vivere, non senza fatica, l’ultimo tratto del suo cammino, dandogli un senso compiuto. Una sottile ironia pervade il racconto e pur nel confronto con temi così seri e importanti, come la vecchiaia e la morte, ne usciamo leggeri, con fiducia e una scintilla di luce.
Nello spazio dell’infosfera che oggi abitiamo, chi sa usare le parole come fa un giornalista, ne abbiamo dato un esempio, prova che si possono riempire le pagine di umanità, a beneficio e cura di tutti. A maggior ragione se scrive di temi che riguardano la malattia.
Le parole possono essere veicoli di umanità, tutto sommato un’ottima medicina.